lunedì, aprile 20, 2015

Intervista a Filippo Andreani

di Fabio Antonelli



E’ da poco uscito il magnifico disco “La prima volta” di Filippo Andreani (disco autoprodotto e distribuito da Mastermusic), dopo l’importante esordio con “La Storia Sbagliata” (un concept album – tra storia e fantasia – sull’incredibile vicenda del Capitano Neri e della staffetta Gianna, partigiani della 52esima Brigata Garibaldi operante sul Lago di Como - Nodo Libri / I Suoni 2010) e il successivo “Scritti con Pablo” (Lucente/Many/ Venus 2011), un po’ i suoi scritti corsari per dirla alla Pasolini. E’ a tutti gli effetti, il suo terzo lavoro ma, come suggerisce il titolo, per vari motivi si potrebbe quasi considerarlo “la prima volta” di Filippo Andreani. Non voglio però anticipare nulla del contenuto di questa intervista, leggetela, credo ne valga davvero la pena, così come vale la pena cercare di portarsi a casa il suo disco, che di così belli e toccanti non capita poi tanto spesso di ascoltarne.

Mi piace solitamente iniziare le interviste partendo dalla copertina del disco, perché è un po' come fosse il biglietto da visita di un nuovo progetto musicale. Com'è stata concepita e perché hai voluto intitolare il disco "La prima volta"?

Perché è "la prima volta" che, artisticamente parlando, riesco a essere davvero me stesso. Il che non è affatto scontato. Almeno non lo è stato per me. A un certo punto mi sono accorto che - per paura di mostrarmi per intero - ero finito ad assomigliare a tutti tranne che a me stesso. Mi è costato molto ammettermelo ... ma è stato bello "tornare a casa" e poi questo è stato un anno di tante prime volte: non ultima, è stata la prima volta che qualcuno mi ha chiamato papà. La copertina è stata disegnata da un amico tatuatore di Roma ed è ispirata a "Il coraggio del pettirosso" di Maggiani. Quel coraggio che ho ritrovato, per la prima volta dopo tanto tempo.

Copertina disco "La prima volta"


Beh, direi che c'è un cambio di registro notevole rispetto ai tuoi lavori precedenti, sinteticamente potrei dire che s'è persa un po' di quella cantautoralità un po' ingessata e a tratti autoreferenziale che sa di stantio per dare aria e ossigeno alla musicalità, sia attraverso sonorità più elettriche sia attraverso un cantato più libero, non so se condividi questa mia impressione.

Condivido in pieno, però non rinnego niente di quello che ho fatto. Sai, troppe volte ci si sofferma sulla forma ... parlo soprattutto della critica ... in molti hanno sottolineato i difetti di cui parli riferendoti ai miei lavori passati, mentre nessuno o quasi si è soffermato sulla sostanza. Cosi, le storie della Gianna e del Neri, quella di Aldo Bianzino, di Licia Pinelli e di altri, sono rimaste dov'erano prima (nel dimenticatoio), mentre tutti erano occupati a darmi dell'emulatore di un tale di Genova. Questo non mi è piaciuto granché. Ma tant'è. In ogni caso, io stesso ho voluto discostarmi da quel tipo di sonorità ... del resto ci sarà un motivo se in casa ho una gigantografia di Strummer e non di De Andrè. La mia vita l'ho spesa con i Clash nelle orecchie, non con “Anime Salve”.

In Italia, se tu noti, si finisce sempre per essere accostati musicalmente o a De Andrè o a Paolo Conte così poi, come dici giustamente tu, spesso si perdono di vista i contenuti e qui, in questo nuovo lavoro ci sono davvero storie e personaggi raccontate con grandissimo senso poetico. Cito due canzoni "Gigi Meroni" e "Numero nove", due gioielli per scrittura, solo apparentemente dedicate al mondo del calcio ma lascio a te la parola ...

Nascono in due momenti differenti della mia vita. Comincio dal Borgo: l'ho conosciuto all'Ospedale, dove per disgrazia era il compagno di stanza di mio papà, anche lui affetto da SLA. Poi il papà se ne va su una nuvola e il Borgo resta. Lo ritrovo allo stadio Sinigaglia. Io e altri amici della Curva eravamo in campo con lui, con le nostre bandiere e i nostri sorrisi ingessati. Mica potevamo far vedere che dentro piangevamo come bambini. Quando siamo arrivati sotto il nostro Settore, Stefano ha guardato l'inferriata. Ero li, l'ho visto. In quel punto si era appeso per la storica esultanza dopo il gol contro il Milan. Parlo degli anni ottanta. Voleva risalirci. A quel punto vaffanculo alla decenza: mi sono messo a piangere come un bambino. Poi sono tornato a casa e ho scritto quella canzone. Per Gigi è stato diverso, meno traumatico senz'altro: la sua figura mi ha affascinato sin da bambino. E poi ho conosciuto quest’amore incredibile per la bionda del Luna Park, Cristiana. E poi c'è Como, Genova, Torino. Il lago, il porto, la fabbrica delle auto. E poi c'è il Toro, che nella mia testa non è una squadra di calcio: è una poesia, è il popolo che ride e che piange e, i torinisti, a dir la verità, hanno sempre pianto tanto proprio quando stavano per ridere. Da Mazzola a Meroni.

E' vero sono due canzoni diversissime fra loro ma altrettanto toccanti, bellissime. Altrettanto emozionante e portatrice di lacrime credo sia "Lettera da Litaliano", dedicata a Piero Ciampi. A lui tantissimi hanno dedicato canzoni ma non credo proprio che tu l'abbia scritta per moda, com'è nata?

Da “Adius”. Uno per scrivere “Adius” non deve essere solo disperato, deve avere il cuore devastato, non nel senso di incapace di amare, ma nel senso di definitivamente rassegnato a non essere amato. Il che, credo, deve essere molto peggio.

Ne è nata una canzone d'amore struggente, un canto a quell'amore che avrebbe potuto essere, ma non è mai stato. E' cosi?

Si, proprio cosi. E per introdurla ho trovato una vecchia registrazione televisiva di Ciampi, nella quale diceva un'altra cosa terribile: "Per capire cos'è la solitudine, bisogna essere stati in due". Forse è banale ma quel verbo al passato rivela un tormento vero, reale, inguaribile, senza alternativa.

Perché hai voluto aprire il disco con “Canzone per Delmo” e perché una canzone dedicata ad Adelmo Cervi?

Quella canzone è stata il regalo per i settanta anni di Adelmo. La sua storia la conosciamo tutti, in pochi conoscono invece la luce che ha negli occhi: una luce triste, da bambino abbandonato. Adelmo mi ha fin da subito ispirato tenerezza e quella è una canzone che parla soprattutto di questo: della tenerezza mancata tra un padre e il suo bimbo.

Foto di Antonio Spanò Greco


Questa canzone ti vede duettare con il grande Marino Severini dei Gang, ma non è assolutamente l’unica collaborazione in questo disco vero? Dirò un altro nome tra i tanti, Sigaro della Banda Bassotti che ha prestato la sua voce particolarissima in “E Roma è il mare”, un’altra canzone meravigliosa che nasce sempre dai ricordi. Raccontami la genesi di questa canzone che, forse, non è solo una canzone di ricordi ma un’esperienza di vita che prosegue giorno per giorno? No?

Prosegue, si: per mia fortuna continuo ad avere gli stessi cattivi maestri e le stesse cattive frequentazioni. Roma, per uno che abita a Valmorea, è l’oceano. Io in quell’oceano ci ho nuotato insieme ai Bassotti, agli All Reds, ai libri di Valerio Marchi, alle storie brutte di Verbano e di Biagetti. Mi sento di appartenere a quella parte di oceano. Quella parte profonda in cui ogni giorno nuotano gli amici miei.

La memoria ha un peso notevolissimo in questo disco così come l’ha avuto anche nei dischi precedenti. Mi viene in mente un’altra grande figura d’uomo, prima ancora che di calcio, che appunto ricordi con versi di dolcissima poesia, mi riferisco a Gianni Brera e alla canzone che gli hai dedicato “Che la terra ti sia lieve”. Quanto credi che manchi oggi una figura come quella di Gianni in termini di valori? Soprattutto a uno come te che, giusto per citare i tuoi versi in “E Roma è il mare”, canti “Tra Mazzola e Rivera, avrei scelto Vendrame”.

Guarda, l’ha spiegato bene Gianni Mura, coniando l’espressione “senzabrera” per descrivere quelli che, come noi, ne sentono la grande mancanza. Brera manca. È un dato di fatto per chiunque viva lo sport come fatica e passione; ma anche per chiunque continui a sostenere che la zuppa pavese – se fatta bene – vale un’aragosta. In definitiva, manca a chiunque si ostini a innamorarsi della semplicità. Per fortuna che ha un grande erede e che questo “figlio”, Gianni Mura, abbia preso dal “padre” tutti i migliori pregi.

Un altro contributo molto originale viene da Steno dei Nabat che ti accompagna in “Tito”, qui il protagonista dei ricordi sei tu stesso lungo il corso degli anni, partendo da quando eri bambino e tua madre ti chiamava Tito per finire con il guardare il futuro. Com’è questo bilancio dei tuoi primi quasi quarant’anni, ma soprattutto come vedi il tuo futuro?

Passo molto tempo a pensare a me, a quello che ho fatto, a quello che faccio e a come lo faccio. Il motivo è che mi sono imposto di morire da galantuomo (ce la farò?) e che la galanteria va costruita giorno per giorno, con attenzione. In “Tito” parlo a quel Filippo cui sono solito rivolgermi guardandomi allo specchio. Quanto al futuro … il mio coincide con l’età di mia figlia: è per lei che vivrò altri cento anni. È banale e retorico, ma io sono banale e retorico quando parlo di lei. Mi ha sfasciato il cuore.   

Di ricordo in ricordo, c’è un altro personaggio magari sconosciuto ai più ma che ti ha segnato, ne canti insieme a Rob dei Temporal Sluts nella dura “Veloce”, ti va di parlarne?

Angelo Tagliabue all’anagrafe; Speedy Angel nelle note dei dischi dei Potage. Una persona davvero perbene, un semplice, uno vero. Un uomo entusiasta, soprattutto. “Veloce” è una lettera per lui, che è andato via troppo presto. Speedy era … è un esempio del vecchio adagio che loro stessi (i Potage) cantano in una loro canzone, “Vecchi Punk Rockers”: non importa saper suonare, ciò che conta è avere qualcosa da dire. Un atteggiamento che adoro e di cui io stesso faccio la mia bandiera.

Fotto di Enrico Levrini


Il disco però non guarda solo a ciò che è stato, anzi si chiude con una dolcissima e poetica canzone che ci parla soprattutto di futuro, di un’intera vita da vivere davanti. Il titolo è una data che penso, ricorderai per sempre nella tua vita, il giorno in cui è nata Annarella. Trovo adorabile questa tua canzone a partire dalla citazione di una delle più belle canzoni di Pierangelo Bertoli, non voglio aggiungere altro, vorrei che fossi tu a parlare di questa canzone.

Grande Fabio che l’hai colta! “Dal vero” è davvero una grande canzone. Quella canzone è stata scritta fuori dalla sala parto, prima di entrare per accogliere la mia piccolina. Ero a Varese (che per un comasco sfegatato come me equivale a una trasferta importante) a giocare quel mio “derby da ospedale”, e in quel momento mi sentivo accanto alla mia mamma (“che ha trovato un porto dopo la tempesta”), mio papà (“che nuotava al largo e se l’è preso il mare”), mia moglie (“che se dovessi reinventarla la farei dal vero”). Insomma, tutti lì ad aspettare che Annarella arrivasse. Poi, alle 22.22 precise del 30.01.2014 eccola tra le mie braccia. Uno a zero per noi, rete della piccola Andreani!

Vorrei chiudere con una riflessione, s’è detto più volte che questo disco è un disco di ricordi, di pensieri legate a persone che hanno lasciato un segno. Un disco che per altro sta davvero raccogliendo notevoli consensi di critica. Quanto è importante non dimenticare?

Non credo sia importante, quanto necessario. Gli alberi che non hanno radici cadono al primo vento. Per quanto mi riguarda la Storia è maestra di vita. Senza, non saprei in che direzione camminare.

Nel ringraziarti per la grande disponibilità dimostratami, perché so dei tuoi molteplici impegni poiché purtroppo come tanti bravissimi artisti non hai il privilegio di vivere della tua arte, vorrei solo chiudere con una battuta. La prossima volta che ti attingerai a scrivere un nuovo disco non farmi più pianger così perché se no ti addebiterò il costo dei fazzoletti di carta.

Sono io che ti ringrazio del tuo tempo. Quanto ai fazzoletti, non usarli: fai vedere a tutti, con orgoglio, che hai pianto.  Siamo circondati da uomini che non lo fanno mai. Poveretti.

Links:

Video del singolo "CANZONE PER DELMO (feat. Marino Severini - Gang)":


giovedì, aprile 16, 2015

Intervista a Giuseppe Righini

di Fabio Antonelli

Foto di Fabiana Rossi


Il 14 aprile è uscito “Houdini” (Ribéss Records, distr. Audioglobe), terzo lavoro discografico di Giuseppe Righini, multiforme artista romagnolo (nasce a Rimini nel 1973) che, sul suo sito personale, si autodefinisce cantante curioso, autore onnivoro, attore occasionale, scrittore funambolo e piccolo giornalista carbonaro. Sono passati ormai quattro anni dal suo secondo disco “In Apnea” (2001) e dopo i primi ascolti mi sembra di poter dire che il mondo musicale di Righini sia davvero cambiato tutto. Ora prevale anzi direi domina l’elettronica dentro una veste pop ma poi lo riascolti bene e allora sembrano riemergere echi decisamente più cantautorali del suo disco d’esordio “Spettri Sospetti” (2008). Allora “Houdini”, d’altronde il titolo lo suggerisce, forse è anche un sottile gioco d’illusioni, un rimescolare le carte, un confondere acque dense e torbide come le sonorità del disco.

Credo che questo nuovo disco "Houdini", rappresenti musicalmente una svolta decisamente elettronica, una notevole virata rispetto al disco d’esordio "Spettri sospetti", anche se poi il gusto per il noir resta sempre presente. Come sei arrivato a questo progetto?

“Houdini” arriva a un paio d'anni da “Enciclopedia completa di uno sconosciuto”, un doppio album di remixes in edizione limitata in cui colleghi e amici avevano manipolato per intero tutta la tracklist di “Spettri Sospetti” e “In Apnea”, i miei primi due albums. Questo mio desiderio e interesse nei confronti dell'elettronica ha radici antiche, spuntate nei miei primi ascolti e mai del tutto recise. Insieme al produttore di “Houdini”, Fulvio Mennella, abbiamo deciso di impostare il lavoro in quella direzione, semplicemente assecondando un desiderio di entrambi e personalmente figlio di alcuni esempi del passato come Suicide, Soft Cell e via discorrendo: squadra di lavoro minimal, attenzione focalizzata su produzione e canzoni. Questa vena, così come l'amore per il noir, mi appartiene da sempre. Già in “Spettri Sospetti”, sebbene più defilata, c'era una componente elettronica, così come in “In Apnea”. In "Houdini" questa esigenza ha chiesto più spazio, che io ho concesso volentieri.

Mi sembra però di cogliere, in questo passaggio, una grandissima attenzione nella cura dei suoni e dei testi solo apparentemente minimalisti, quasi a voler creare soprattutto suggestioni, ricordi, visioni, è così?

In assoluta linea con le suggestioni del titolo stesso dell'album, mi verrebbe da dirti di sì. Certamente, se si escludono forse alcuni pezzi - l'apertura di “Monge Motel” ad esempio, oppure, in parte, la stessa “Amsterdam” - un certo tipo di storytelling nei testi è stato abbandonato e, in questo disco, la scrittura è certamente più visionaria e suggerita che prettamente narrativa. Nulla esclude il ritorno di storie, personaggi più “definiti” nei prossimi dischi, ma per “Houdini” ha vinto questo tipo di canone più, diciamo così, informale, se vogliamo rubare una definizione pittorica. I suoni e la produzione sono curatissimi e chi ascolta musica elettronica, sa bene quale può essere la potenza e il calore di tali canoni. Semplicemente, principalmente, in “Houdini” ci sono più synths, campioni e sequenze che negli altri dischi e le chitarre, i violoncelli, alcuni bassi e alcune batterie non sono scomparsi del tutto.

Copertina di "Houdini"


Dalle note del libretto del disco, che libretto tanto non è, perché ha il formato di un foglio quadrato, piegato in quattro, leggo che il disco è stato scritto e pensato interamente da te nel corso del 2014, in un’alternanza tra Berlino e Rimini. Nel disco direi che si colgano tra le righe echi e riferimenti a due grandi registi cinematografici legati a queste due città, mi riferisco a Wim Wenders e Federico Fellini. Quanto sono stati importanti per te e quanto sono stati fonte d’ispirazione in questo tuo lavoro?

L'artwork dell'album, così come accaduto anche per “Enciclopedia completa di uno sconosciuto” e “In Apnea”, è stato affidato alla visual artist Alexa Invrea, che negli ultimi anni collabora spesso con me anche dal vivo con proiezioni e in rete con video. La grafica e il design sono di Johanna Invrea. Con loro e con l'etichetta, Ribéss Records, abbiamo deciso che il formato manifestino del booklet avrebbe meglio esaltato alcune idee iconografiche che avevamo. Berlino è, letteralmente, la mia seconda casa dove vivo parte dell'anno e, negli ultimi tempi, sta acquistando sempre più valore simbolico e pratico per me. Il suo valore si alimenta a vicenda, dal punto di vista emotivo, formativo e suggestivo in simbiosi con la mia città natale, Rimini. Utilizzando un’immagine che sa di salsedine, il disco è stato dunque scritto vicino al Mare del Nord e inciso sull'Adriatico. Sono un grandissimo fruitore di cinema, di conseguenza non immune al fascino di Fellini e Wenders. Non soltanto loro però mi seducono, e se la loro influenza si è infilata tra le righe di “Houdini”, penso sia stato più un effetto inconscio e collaterale che intenzionale da parte mia. Inutile dire che sono assolutamente i benvenuti.

Il disco è stato anticipato dal video del primo singolo "Magdalène", in cui tu stesso sei attore in un cortometraggio in cui un uomo sembra voler sfuggire dai propri ricordi, ma è difficile abbandonare ciò che è stato, è dentro una galleria ferroviaria che sembra non aver mai fine, fino alla scena finale in cui si vede finalmente l'uscita, la luce, vivida che inonda lo schermo. Questo senso in parte di claustrofobia, di prigionia dalle stesse proprie esperienze di vita mi sembra di coglierlo non solo qui o è una mia suggestione tra le tante suggestioni suscitate da queste nuove canzoni?

Sicuramente il tema dell'isola, del pianeta, cosmo e luogo a sé, al “riparo” dal mondo e dal “fuori” è un concetto che mi affascina da tempo. Mi è capitato in altre interviste di parlarne, e segnalare ad esempio un pezzo come “Bianca” nel primo disco o un inedito rimasto escluso dalla tracklist finale di “Houdini”, intitolato “Hikikomori”. Quel che mi viene da sottolineare per “Magdalène” è forse uno stato di amnesia più che di claustrofobia. Ricordiamo l'esistenza di qualcuno - o qualcosa - la sua bontà, la sua bellezza, la sua importanza ma abbiamo come perduto momentaneamente le coordinate di quel ... posto. Dunque vaghiamo, in una terra di nessuno tra quel che era e quel che sarà, così come accade al mio personaggio nel cortometraggio. Il video è stato girato in una vecchia galleria ferroviaria molto suggestiva a San Marino, vicino a Rimini, che durante i bombardamenti fu utilizzata come ricovero per sfollati. Con Daniele Quadrelli, regista di questo e altri miei video nonché caro amico, ci siamo misurati e divertiti in un piano sequenza in bianco e nero che ci soddisfa molto, e che sta riscuotendo diversi consensi. E' una cosa importante per me, perché considero l'aspetto visivo del mio lavoro in maniera molto rispettosa.

Hai citato una canzone che alla fine non è entrata a far parte di questo lavoro, mi piacerebbe magari saperne il motivo, ma c'è invece una canzone cui sei particolarmente affezionato, cui non avresti rinunciato per nulla al mondo a inserirla nella tracklist?

Sono molto soddisfatto della tracklist finale di “Houdini”. A volte un pezzo resta fuori non necessariamente per il valore in sé, maggiore o inferiore dei pezzi promossi ma semplicemente perché nell'economia generale dell'intero album serve un pezzo d'altra natura. E' accaduto in ognuno dei miei dischi, credo accadrà ancora. Spesso negli inediti si nascondono delle chicche preziose, che prima o poi vedranno luce, quando le circostanze saranno favorevoli. E' certamente quello che mi auguro per “Hikikomori” e molti altri. In genere la rosa di canzoni da cui si seleziona con il produttore la scaletta finale è molto ampia per ogni disco. Se proprio devo dirti un titolo, sono molto contento che in “Houdini” ci sia un pezzo come “Lungo la strada”, che rappresenta molto per me sotto infiniti punti di vista e chiavi di lettura, personali e musicali. Per “In Apnea” poteva essere “La luce del sole alle sei di pomeriggio”, o “Si qui ora”. Per “Spettri Sospetti”, invece, “Ninna nanna del mare in tempesta” e così via. Ma ognuna delle tracce contenute in “Houdini” ha un valore importante e significativo, di rilievo nella mia vita presente, il mio passato recente e la strada che ho di fronte. Dovunque mi condurrà.

Foto di Johanna Invrea


"Lungo la strada" insieme con "Amsterdam" e "Non siete soli" sono il terzetto che starei ad ascoltarmi e riascoltarmi, quasi ipnotizzato. A me piace molto soffermarmi sui testi e a proposito di “Lungo la strada”, la canzone si chiude con i seguenti versi “Troverai la verità / sembrerà banale / solo l’amore / ci può salvare”, versi semplici ma carichi di significato, quanto credi nell’amore come via di salvezza?

Sono certamente tre canzoni importanti, ma per il mio percorso personale davvero tutto il disco lo è. Ogni fiore che non appassisce conta. Per quel che riguarda gli ultimi versi di “Lungo la strada”, non è assolutamente casuale che io utilizzi quelle parole e faccia pure riferimento all’apparente banalità di quel che dico. Quando accade, l’amore vince. Semplicemente. Infallibilmente. Non sempre ci fidiamo, proteggiamo, assecondiamo, ascoltiamo e nutriamo la bellezza di questa … banalità.

C’è un’altra canzone in particolare che mi ha incuriosito, si tratta di “Nonsense dance”. Mi ha colpito per le sonorità espresse ma soprattutto per il titolo, io credo che tutto abbia sempre un senso anche il nonsense, com’è nata questa canzone? E’ davvero solo un divertissement?

Non solo. Quest’album è probabilmente il disco più pop, a livello di scrittura, che io abbia composto e licenziato fino a oggi. Scuro e meno leggero di quel che potrebbe apparire a un primo sguardo, certamente, ma indubbiamente pop, almeno in alcuni episodi. “Nonsense Dance” è una delle tracce più commestibili e ludiche dell’intero lavoro, è vero, ma al contempo una delle più riflessive. Io poi se c’è da trasfigurare un paesaggio non esattamente luminoso e dipingergli sopra un’altra sfumatura per confondere le acque e giocare con gli specchi non mi tiro indietro. Mi piace mescolare i sapori e decontestualizzare gli elementi di sets e scenari, pur senza perdere il timone dell’idea di fondo. “Nonsense dance” è in realtà un brano sull’incomunicabilità, che utilizza la danza e il cinema come paraventi metaforici, estetici e formali e, musicalmente parlando, utilizza un’elettronica di matrice vagamente transalpina ma, ripeto, non è una traccia così leggera come parrebbe.

Prima parlavi della strada che hai di fronte, come hai intenzione di promuovere questo tuo nuovo lavoro? Hai già imbastito date e luoghi in cui presentarlo?

La presentazione del disco, che è uscito il 14 aprile, sarà sabato 18 aprile a Santarcangelo di Romagna in un luogo davvero magico che si chiama Loretta. Per ogni info su come raggiungerlo e prenotarsi per l'evento suggerisco di seguire in questi giorni la mia pagina ufficiale Facebook e quella di Ribèss Records attraverso cui saranno forniti dettagli e contatti. Non si tratta di una serata a inviti ma data la capienza limitata di questo luogo davvero speciale la prenotazione potrebbe non essere una cattiva idea. Poi, alla fine del mese, volo a Berlino con Quadrelli per girare un nuovo video lassù e da maggio in avanti cercheremo di suonare il più possibile e promuovere l'album al meglio. Anche in questo caso, il sito ufficiale e le pagine dei socials saranno utili per avere ogni news.

Per concludere, a chi non solo non conosce questo nuovo progetto, ma non conosce neppure Giuseppe Righini, che cosa diresti?

A chi non mi conosce, semplicemente, direi di cercare le mie canzoni e venire ai miei concerti. In genere funziona così, non trovi Fabio?

Assolutamente, per un musicista credo sia la sua musica a parlare per lui e che la dimensione live sia quella che maggiormente riveli lo spessore di un artista, quindi il consiglio per chi ci legge è di cercare la tua musica e venire ai tuoi concerti.

Assolutamente. Io sarò senza dubbio là.






Sito ufficiale di Giuseppe Righini: https://giusepperighini.wordpress.com/

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