mercoledì, novembre 09, 2016

Torna Marco Ongaro e dà “Voce” ad una scrittura audace, inconfondibile

di Fabio Antonelli

A sei anni di distanza dal pluripremiato “Canzoni per adulti” (2010 – Freecomusic), il 25 ottobre è uscito “Voce” (2016 - D’autore/Azzurra Music), il nono album dell’artista veronese Marco Ongaro. Un disco che, rispetto ai precedenti, descrive forse un nuovo lato del cantautore, più intimista ed introspettivo, grazie ad una registrazione in presa diretta e a degli arrangiamenti unicamente di pianoforte e chitarra acustica.

Cover cd VOCE

Sono passati sei anni dal tuo ultimo disco di inediti "Canzoni per adulti" che finì tra i dischi finalisti in corsa per la Targa Tenco Miglior album in assoluto dell'anno, anni in cui ti sei dedicato soprattutto alla scrittura spaziando dai libretti d'opera alla saggistica, un'attività frenetica. Ora esce "Voce", il tuo nuovo disco di inediti, con una copertina che ti ritrae seduto e rilassato su un comodo divano, mentre suoni la tua chitarra, quasi a voler dire che questo pugno di canzoni ha un carattere quasi confidenziale e che le vuoi proporre così come fossero cantate per degli amici tra le mura di casa, è così? Perché poi hai voluto intitolare semplicemente "Voce" questo tuo nuovo lavoro?

Per cominciare la chitarra non è mia, è quella della sala d'incisione. Comunque quella su cui ho suonato nel cd. Quella, e un pianoforte verticale accordato per l'occasione. Questa è stata la volontà di Gandalf Boschini, produttore dell'album, che nel tradire le sue abitudini di pop dance producer mi ha spinto a tradire anche le mie suggerendomi di non avvalermi di validi musicisti per arrangiare i miei brani. Voleva che offrissi la verità sull'artista, mi ha detto così. Io l'ho seguito. Il risultato è quello da lui cercato: un cd suonato interamente da me, ma senza sovra incisioni, dritto, così come se fossi in un locale a suonare la chitarra o il piano, con la voce e l'armonica a bocca come unici altri strumenti. Per un po' non sapevamo come intitolare l'album, la sua essenzialità mi portava a chiamarlo unicamente con il mio nome e cognome. Capita nella vita di un cantautore, non sarei stato il primo. Al momento di firmare il contratto con Azzurra Music, Marco Rossi, per distinguere il cd dai precedenti (“Dio è altrove”, “Esplosioni nucleari a Los Alamos”, “Anni ruggenti”) incisi per la sua etichetta “D'autore”, mi presenta un documento in cui intitola l'album: “Chitarra e voce”. "Giusto per non confonderci", mi dice. In seguito ci ho pensato su. Quel titolo sarebbe stato impreciso, nel disco ci sono il piano e l'armonica. Ma l'idea era interessante. La decima traccia della raccolta s'intitola “Voce”. Ecco la lampadina. Rende l'idea pratica pensata da Marco Rossi, prende il titolo di una traccia, come si usa nelle raccolte di canzoni e racconti, e al contempo rappresenta simbolicamente il lavoro, improntato al testo, alla canzone spogliata degli orpelli, la voce non solitaria ma materia primaria, sostegno per la sostanza delle parole (non sono così sprovveduto da ritenermi un virtuoso degli strumenti che suono, ma dei testi mi capita di essere abbastanza soddisfatto). Avevamo il titolo.

Sicuramente, sin dal primo ascolto, ci si rende conto che proprio la tua voce sempre più affascinate è messa al servizio dei testi delle canzoni, che come già era successo in passato nei tuoi dischi in assoluto più riusciti, penso allo storico "Archivio Postumia", spesso si muovono tra raffinate evolute ambiguità di punti di vista e di significato, quasi a voler spiazzare anche l'ascoltatore più attento. Come dicevo, lo s'intuisce da subito, basta ascoltare con la dovuta attenzione la prima traccia "Elena", dedicata all'emblema della bellezza femminile in senso assoluto, da sempre oggetto di desiderio dell'uomo, tu sembri invece ribaltarne il punto di vista, ti immedesimi in lei e quasi quasi la bellezza, da valore sembra diventare un fardello che genera nel personaggio mille domande "S'inventò / Forse un passato che rinnegò / Forse un futuro che rifiutò / Per il presente pensò di sì / E poi disse no". Forse perché tutto passa, perché "Tutto è relativo"? Ma questa è già un'altra canzone ...

Acuta osservazione. Ho provato a immedesimarmi nella fortuna/sfortuna di essere investiti dalla bellezza. Si aprono le porte? Se ne chiudono altre? Quando tutto viene offerto, come scegliere? Per questo Elena cincischia sull'acconciatura, sull'abbigliamento, sul da farsi, si lascia sfiorare da pensieri che sfuggono quasi subito, raccoglie idee che se ne vanno. E poi si riposa, ci si chiede: di cosa? Ma di tutta questa indecisione, data dalla decisione già avvenuta per mano della sorte che ha riversato la bellezza ad attrarre il mondo senza preventivamente informare da cosa sarebbe saggio essere attratti. Essere obiettivo del desiderio altrui che spazio lascia al nostro desiderio? Riflessioni, niente di stabilito. Come le avventure minimali di Elena sono oscillazioni in un'indecisione che si spera congeli il tempo, e con esso la bellezza stessa, cui in effetti mica si è tanto stupidi da rinunciare.



Nella precedente domanda ho volutamente introdotto anche il titolo di un'altra canzone che ho amato sin dal primo ascolto, mi riferisco a "Tutto relativo", che nasce in fondo una situazione comune, si è su un treno fermo ad una stazione, il treno accanto parte, lo guardiamo dal finestrino e sembriamo in realtà noi ad essere in movimento, è un esempio lampante della relatività. Ma da qui nascono riflessioni sulle relazioni uomo-donna ed "E' tutto relativo anche se Relazione non c'è". Curioso poi il collocamento dopo un'altra canzone legata al treno "Orient Express", qui il tema è più il viaggio, ma anche il viaggio è una metafora della vita, insomma credo ci sia molto da dire di entrambe, ma lascio a te la parola ...

In verità erano canzoni concepite entrambe per un concept album suggeritomi tempo fa dall'amico Pascal Schembri. Il narratore cercava sollievo da una storia d’amore andata male montando sull’Orient Express a Parigi e andando a est fino a Istanbul per poi tornare, in un viaggio di quelli che si usavano un tempo per far dimenticare gli amori ai giovani che avrebbero dovuto sposare meglio di quanto il desiderio aveva loro messo nel cuore. Li si mandava lontano dagli occhi, contando sull’efficacia del famoso proverbio. L’inventore stesso dell’Orient Express usciva da una storia del genere. Allontanato dall’Europa perché innamorato di una donna non consona al suo ceto, al ritorno ha creato questa lussuosa "macchina per dimenticare con il viaggio”. “Orient Express” è una canzone sulla nostalgia che riavvicina inavvertitamente agli altri esseri umani nel momento in cui si è fortemente ossessionati da un solo esemplare di essi. Tenendo le dovute distanze cui il treno in movimento obbliga, si vede scorrere l’umanità e si attraversano gli agglomerati urbani disseminati come oasi nel deserto. Futile stratagemma che però spesso funziona. I giovani dimenticano gli amori, ne trovano altri. Non il protagonista della canzone. “Tutto relativo” è una tappa di questo viaggio. A una stazione tutto vacilla. La non relazione diventa stimolo di relatività, rende tutto relativo, nel senso riduttivo del termine, ma anche in tutti gli altri sensi, come sempre. L’assenza della relazione che si cerca di scordare con il viaggio mette in relazione ogni altra cosa, la realtà sfuma nell’imprecisione, chi amava chi? Chi è stato lasciato e da chi? La relatività ridimensiona lo spazio-tempo annullandone le coordinate. Ciascuna canzone però vive da sola, un atomo concluso in sé, collegato solo esternamente da un’idea di storia presto contraddetta. Come quei giochi enigmistici in cui si uniscono i puntini per comporre un disegno, la vita dissemina di nessi un percorso che spesso ne è privo, i versi delle canzoni li raccolgono e creano relazioni tra loro. Ancora una volta, tutto è relativo.

Hai citato i giochi enigmistici e devo dire che qualche volta, ascoltando le tue canzoni, si ha come l'impressione di trovarsi dentro uno di quei cruciverba di Bartezzaghi in cui le definizioni, una volta trovate, lasciano letteralmente sbalorditi, quasi incantati a bocca aperta per la genialità. Questo credo sia l'effetto che si prova, ad esempio, ascoltando la canzone "Costi quel che costi" quando si arriva al verso "E' programmatica o precettiva", eppure, questo rap, questa la forma musicale che hai scelto per questo piccolo capolavoro scritto per uno spettacolo teatrale sulla nostra Costituzione, riesce pure a commuovere. Com'è nata l'idea di questo rap sui valori della Costituzione, che proprio in questi giorni credo farebbe gola ai promotori del no? O no?

O sì? Non entro nel merito come non ci entra la canzone. Le canzoni sono usate per vari scopi, le poesie anche, spesso vengono fraintese o strumentalizzate. Questa non si sottrae a tale sorte, ma vorrebbe. Nella domanda se è programmatica o precettiva sta l'essenza del cantautore che non dà risposte ma pone domande (come Dylan tradizionalmente in “Blowing in the wind”). Una domanda che potrebbe essere posta a scuola nell'ora di diritto. La questione è tutta qui. Per questo la si può e non la si può usare per il no quanto per il sì. Una parte dell'anima costituente è programmatica, dunque in continua evoluzione, suggerisce il da farsi non ancora fatto, un work in progress, un'altra è precettiva e dice cosa è indiscutibile. Ispira e stabilisce, momenti e fasi diversi che fanno di questa Carta uno dei dispositivi più accorti della storia giuridica internazionale. Ha ispirato anche me, quando mi è stato chiesto di scriverci uno spettacolo, che si è guadagnato una medaglia della Presidenza della Repubblica, nel 2009. Di acqua ne è passata sotto i ponti, eppure eccola qui in pieno centro del dibattito: ma questo è lo spirito della Costituzione, e di questa Costituzione in particolare: essere oggetto di riflessione continua. Anche la pubblicassi fra vent'anni sono convinto che la canzone troverebbe la sua via di attualità. Mi piace che ci si ravvisi qualcosa di commovente. L'hip hop era l'unico ambito moderno in cui rimasticare un tema così sacro e vitale, dunque il rap è davvero la formula giusta per parlare di parole tanto significative e decisive per la vita di una nazione. Quando l'ho studiata per scrivere lo spettacolo ho percepito l'entusiasmo e il fervore dei "padri" che ci hanno lavorato, ne sono stato contagiato, ho cercato di ritrasmetterlo attraverso il mio metabolismo. Nella musica mi ha aiutato Vittorio De Scalzi, che si è divertito quanto me a giocare in un ambito musicale che non è il nostro, ma che proprio per questo ci appartiene con una verginità particolare.



Come dicevi prima, le poesie spesso sono fraintese, ma a volte è la parola stessa a suggerire ambiguità e doppi sensi, una prova lampante di questa possibilità che poi usi e sfrutti con grandissima abilità è "Bionda", perché una bionda è la sospirata sigaretta che voluttuosamente si tocca, si armeggia con le mani, la si gusta nella bocca, ma bionda può essere anche una magnifica donna e ... non vado oltre, lascio dire a te che l'hai scritta, ne riporto solo un passo, tra i più belli "E ti rigiro tra le mani / e prendo ancora una boccata / mentre mi baci consumata / e mi prometti che mi ami". Attenzione, è una canzone che crea dipendenza ...

Il doppio senso, meglio ancora il senso multiplo è la massima risorsa di chi compone versi. Essendo il verso una comunicazione frammentaria, una comunicazione fallita che proprio sul suo fallimento punta per avere successo nel tentativo di penetrare qualche piega insondata della realtà, la ricchezza delle accezioni si offre al fruitore di poesia (e di canzone) come una ricchezza, un baluardo contro la disperata povertà delle certezze. "E quando mi sento asserito / quando mi sento trafitto da uno spillo sulla parete” canta più o meno T.S. Eliot, “come potrò sputare fuori i mozziconi delle mie abitudini?” L’immensità dei significati di una parola, ivi inclusa l’etimologia, lo sanno bene i filosofi, è il migliore strumento di riflessione sull’esistenza. Non per niente tutto tradizionalmente discende dal Verbo. Ora, in “Bionda” si parla più prosaicamente d’amore e di consunzione, di vizio e attrazione irrinunciabile, come giustamente suggerito: di dipendenza. Una dipendenza simile a quella delineata nella canzone Essi vivono, quasi uno scenario dell’orrore assimilato alla passionalità comune, quella che lega una coppia che non sa stare insieme ma neanche separarsi, è la stessa di “Bionda”, solo che qui in “Bionda” è univoca. Non c’è perdizione reciproca, ma subordinazione emotiva, psicologica, sentimentale verso un abbandono al destino che si scambia con la fatalità dell’innamoramento. L’oggetto amato ci avvinghia nella sua morsa di voluttà e ci trascina verso la nostra fine, che può essere lenta o improvvisa. In molti si cerca questo tipo di esperienza per non sentirsi sperduti nel mondo, per qualcuno è meglio una dipendenza sicura che una libertà incerta. Solitudine e libertà sono facce della stessa medaglia. Ben venga la bionda fatale, e che sia ciò che dev’essere? Ne canto per capire. Forse è più un’emozione che un concetto. Chi non ha mai avuto voglia di perdersi? L’amore è forse altra cosa, ma lascio ai filosofi di cui sopra definirlo. 

Già, parlavi giusto di quelle coppie che non sanno stare insieme ma neanche separarsi, come fossero invisibilmente unite da un elastico, così come canti nella splendida "Essi vivono", dici esattamente "Si allontanano si avvicinano / C’è un elastico che li lega così continuano / Si trascinano in questa saga dell’anno ultimo / Con il primo che preme identico dietro l’angolo / Lui ricorda lei progetta / Entrambi vibrano". Qui davvero raggiungi l'apice in questo continuo gioco delle parti, tra attrazioni e repulsioni, quando questa unione sembra essere fatta tutto si allontana, è bellissima così come la musica suonata da te al pianoforte. So che la canzone sarà anche oggetto di un video, ma il titolo? Nella canzone non v'è traccia ...

Si tratta del verso mancante, l'ultimo. Esattamente dopo "Entrambi vibrano" ci sarebbe stato "Essi vivono", ma invece di metterlo lì l'ho tenuto per il titolo, giacché di titolo si trattava dal principio, il titolo di un film di John Carpenter del 1988. Un film fanta-horror, non privo d'ironia, che non solo denuncia l'inconsapevolezza dell'umano ma anche la sua scarsa voglia di emanciparsi dall'ignoranza della propria condizione. "Essi vivono noi dormiamo", dice il film alludendo all'invasione aliena ormai avvenuta. Ma nella canzone a vivere sarebbero questi due, è questa la vita? Non rinuncio all'ambiguità del significato: mentre stigmatizzo la situazione passionale che non permette di scegliere, mi trovo ad attribuirle la qualità di "vita". Si tratta di una specie non più umana, perché non capace di determinarsi fino in fondo, perciò questi due sono "essi". Però "vivono". Magari quell'altro tipo di amore, quello posato e tranquillo, sereno e duraturo sarà migliore, ma corrisponde alla "vita vera"? Il dubbio attraversa la canzone in fondo, come una nostalgia. Ci piacerebbe forse provare ancora quella passione che rende incapaci di scegliere. Un sospiro di sollievo per esserne usciti e un po' di malinconia per non esserne più trasportati.



Beh, d'altronde, tutto questo è conseguenza dello scorrere ineluttabile del tempo, non si può certo restare immuni alle scalfitture provocate dall'invecchiare, verrebbe di pensare nell'ascoltare la tua "C'era un ragazzo ora non c'è", canzone omaggio a Gianni Morandi e risposta alla sua celebre "C'era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones". Nel libretto che accompagna il disco, oltre ai testi delle canzoni hai inserito delle note guida all'ascolto dei singoli brani e, in merito a questa canzone, che in un passaggio riecheggia anche l'originale hai scritto "Se Morandi è Dorian Gray, Baglioni è il suo profeta". Non credo sia un caso che i due siano saliti su un palco insieme per "Capitani coraggiosi" ... ma torniamo al tuo brano, il vero protagonista è quel ragazzo o quel Marco Ongaro che ragazzo non lo è più?

E non solo quel Marco Ongaro, quei tutti noi che non siamo più gli stessi o ci illudiamo di non essere tali, come se bastasse l'età a cambiare. L'omaggio più che a Morandi è a Mauro Lusini, l'autore della canzone cantata da Morandi. A Gianni avevo proposto di cantare la mia, come fosse una risposta a se stesso qualche decennio più tardi, e lui è stato simpatico nel declinare suggerendomi di farlo io. Ha ragione, lui non è invecchiato neanche di fuori. Non c'è più Lusini, non ci sono i Beatles, i Rolling Stones sono pieni di rughe. Il senso è la prosecuzione della riflessione su Elena. Se il tempo va avanti, tutto cambia e niente cambia. Noi restiamo quelli che eravamo, se non ci guardiamo allo specchio. Il fanciullino non cresce poi tanto, ce lo ricorda saggiamente Jodorowsky, e questo contrasto tra l'esterno e l'interno è la mostruosità della faccenda. Come in quei film dove Meryl Streep viene truccata per apparire diciottenne prima, poi quarantenne, poi sessantenne e quindi ottantenne, non si capisce bene quale sia il trucco corrispondente al vero. Che sciocchezza: un trucco non corrisponde mai al vero. La sostanza è invisibile (altra apparente sciocchezza) e l'apparenza diventa sostanziale. Dov'è finito quel ragazzo? Ci sono ancora ragazzi che sognano come si sognava allora? Il tempo è cambiato e anche la gioventù odierna dovrebbe esserlo. Su questo, e sull'ambiguità tra i giovani d'oggi e l'io giovane di allora, ed ero proprio un bambino piccolo, si gioca il senso propositivo, mai responsivo, della canzone. Risponde alla canzone di allora e risponde alla prima traccia del cd, “Elena”, poi duetta con “Il verbo "era"”, sulla bellezza che sfuma e sui cretini che lo ricordano agli interessati, per scivolare sulla buccia di banana di “Cambierò” (vedi sopra) e su “Voce” che anticipa il tempo trascorso cercando di aggrapparsi al presente. Più ci penso e più questo album raccolta somiglia a un concept. Accidenti, non riesco a fare altro che concept album. Non sarà che tutto è sempre interconnesso?

Accidenti, è vero, più ascolto questo disco e più mi accorgo che tutte queste canzoni magari nate singolarmente, anche a distanza di tempo fra loro, magari suggerite da esperienze o letture fra loro molto lontane, sono in realtà unite fra loro, come in un'unica riflessione sullo scorrere del tempo, sulla vita umana stessa. Il tempo, il suo scorrere, è sempre più presente nella tua attività non solo musicale, mi viene in mente, ad esempio, anche il tuo recente libro "Elogio della puntualità" scritto insieme ad Andrea Battista. Accidenti anche perché con la tua risposta mi hai calato in solo colpo gli ultimi tre brani del disco che, con la cover di "Hallelujah" di Leonard Cohen direi che costituiscono un magnifico poker. Allora ti chiedo proprio di quest'ultima chicca, la cover, perché hai voluto inserirla visto che ne esistono decine se non centinaia di versioni?

Eh no! Accidenti lo dico io. Possibile che debba continuare a sentir chiamare cover delle traduzioni filologicamente curate? L’ultimo disco di De Gregori è stato definito di cover, ma erano traduzioni di canzoni di Dylan. “Via della povertà” non è la cover di “Desolation row”, è la traduzione che ritrasmette nella nostra lingua quanto ideato in origine dal poeta Dylan, rispettandone lo spirito, la metrica e le rime. Altrimenti cominciamo a definire cover le traduzioni che Quasimodo ha fatto delle poesie di Saffo. Quasimodo fa cover di Saffo? Non siamo ridicoli. Caproni ha fatto cover di Apollinaire? Magari, forse sarebbero state migliori delle traduzioni. Le canzoni che ho tradotto e pubblicato da Cohen sono adattamenti, ho tradotto il testo originale cercando di restituirne la lettera senza tradire la musicalità italiana. Una volta d’accordo su questo possiamo dire che la mia versione di Alleluia (e anche il titolo è tradotto) è l’unica traduzione italiana incisa su disco di questa canzone. Esiste una versione in italiano di Baccini ma parla di Shrek, l’amore per un orco, dunque non traduce niente e tradisce tutto, più o meno come si usava negli anni Sessanta, quando “Let it be”  diventava “Dille sì”. I tempi sono cambiati, per fortuna, anche grazie a De Gregori e De André, che di traduzioni hanno fatto incetta, a partire da “Suzanne”. “Una storia sbagliata” di Bubola/De André prende surrettiziamente la musica di “Ballad of the absent mare” di Cohen ma non ne è la traduzione. Quella possiamo chiamarla cover. La mia “Ballata della cavalla assente” pubblicata su “Canzoni per adulti” invece è la traduzione e adattamento del testo originale di Cohen. L’unica versione tradotta pubblicata finora. Spero di essere stato chiaro. Detto questo: non esistono versioni pubblicate di “Hallelujah” che svolgano la funzione divulgativa che attribuisco a questa operazione. La mia è la prima in italiano. E qui rispondo alla domanda. Quando traduco e incido una canzone straniera ho l’intenzione di creare una canzone italiana che permetta alla gente del mio Paese di capire che cosa ha scritto il genio cui mi sono accostato per tradurlo. Cerco di restituire agli italiani, con una certa simultaneità tra musica e parole, una blanda idea del piacere che gli anglofoni provano nell’ascoltare la canzone originale. La voce non è la stessa (quella di Cohen è irraggiungibile), gli arrangiamenti neanche (Buckley ha offerto tutto nella sua semplicità), ma il testo esprime ciò che indicativamente il poeta voleva esprimere, sempre con i limiti e le ambiguità infinite proprie della poesia. Interpreto il testo “sacro", come Cohen e Dylan spesso fanno con le Scritture, giacché da sempre il poeta è un esegeta. Non pretendo di coglierne o restituirne tutte le sfumature ma aspiro ad avvicinarmici il più possibile per il piacere di chi non capisce le canzoni in inglese. Sulla traducibilità delle poesie esistono gli stessi dubbi che su quella delle canzoni, ma ogni tanto bisogna lanciarsi perché l’amore è più forte dell’insicurezza. E l’insicurezza è comunque l’essenza della poesia.



Dopo questa "bacchettata" sulla differenza tra cover e traduzioni filologicamente curate, che ho molto apprezzato, credo si possa abbandonare il percorso intrapreso tra le tracce del disco per chiederti invece un'ultima cosa, che credo stia a cuore a chi ti ama e ti segue da sempre. Ci sarà modo di ascoltare questo tuo nuovo lavoro discografico dal vivo e se sì, sarà in versione voce e chitarra/pianoforte, così com’è stato concepito? In ogni caso il disco come sarà acquistabile a livello di supporto fisico, visto che il problema reale resta sempre quello della distribuzione delle opere discografiche?

Mi piacerebbe andare in giro in concerto con una band molto folta per cantare queste canzoni come non sono nel cd. Una sorta di contrappasso rispetto agli altri album, in cui incidi e sovra incidi strumenti su strumenti per poi magari andare a fare i concerti in due. Come sono stato fatalista nell'accettare la formula del disco, così lo sono per i concerti. Farò ciò che l'occasione mi suggerisce. Dal solitario alla grande orchestra, non ho pregiudizi. Il concerto è un momento staccato dal disco, sempre e per un disco come questo, che vorrebbe ricostruire la mia dimensione più solitaria, forse assoldare subito qualche strumentista per andare in pubblico mi sembra una soluzione interessante. Come si trova l'album? Come tutti gli album del mondo: sulle piattaforme in distribuzione web, nei negozi prenotandolo (mai nella mia vita si è trovato un mio disco in un negozio senza prenotarlo, i tempi sono cambiati per gli altri, forse, per me la storia è sempre uguale e paradossalmente non ci ho perso nulla), cercando in internet anche spedizioni postali direttamente dalla casa discografica (lo fanno e ne sono felici) o presso altre strutture specializzate in questo tipo di forniture (Amazon, ecc.). Insomma, basta volerlo.






domenica, settembre 04, 2016

10, il concept album dal titolo universale

di Fabio Antonelli

Cover CD "10"

Fabrizio Consoli è uno che bazzica gli ambienti musicali sin dagli anni ottanta quando fu session man al fianco di Eugenio Finardi, Alice, Cristiano De André, Mauro Pagani, PFM e molti altri. Dopo una fugace apparizione a Sanremo 1995, continuerà a scrivere e produrre diverse canzoni di successo per i Dirotta Su Cuba ed Eugenio Finardi). E’ del 2004 il suo secondo album “18 piccoli anacronismi” con cui vince il Premio Ciampi. Il terzo album è del 2009 con “Musica per ballare”, cui segue “Live in Capetown” (2012) ed una fervente attività concertistica soprattutto in Germania. Il 12 maggio del 2016 è uscito il nuovo atteso album, “10”. Sette anni sono quindi passati dal suo secondo album di inediti, ma sono stati anni spesi bene, il disco è di quelli che merita molta attenzione.

E' finalmente uscito ufficialmente, dopo una lunga gestazione seguita da un parto un po' travagliato, il tuo nuovo disco "10". Soprattutto i giovani potrebbero pensare si tratti di un disco incentrato sulla figura del top player in ambito calcistico. Non è propriamente così, anche se il disco è sicuramente un top player in ambito musicale per il suo valore. Spiega allora perché questo titolo così sintetico ma così pregno di significato.

Sono da tempo un convinto sostenitore, per molti motivi, del concept, come contenitore ideale per una raccolta di canzoni che aspiri a dire qualcosa in modo più o meno esplicito, tutti i miei ultimi tre album di inediti lo sono. In particolare, “10”, è una rilettura laica e contemporanea dei 10 comandamenti, ma naturalmente, la scelta del titolo non è stata così automatica. La natura del disco presupponeva calma nella scrittura, nella realizzazione, ma soprattutto nell'approccio ai comandamenti, e nei toni con cui cercavo risposte alla domanda che ha generato l'intero lavoro, e cioè: “Rispetto a queste regole che ritengo essere conquista e fondamento di civiltà piuttosto che dogma, cosa mi manca, oggi?”. Senz'altro, quindi, la strada più indicata non poteva essere il piglio del sermone o di chi ha capito tutto, ma il tono sommesso, semmai intimo e complice, proprio degli amanti, o di chi, tra sé e sé, cerca di capirci qualcosa, sussurrandosi risposte che non troverebbe ad alta voce. Così il primo titolo a cui ho pensato originariamente, è stato “Ten Whispers”, un po' perché speravo si rivolgesse a un mercato più internazionale, un po' perché la traduzione italiana è davvero brutta (dieci sussurri, brrr). Alla fine, e proprio per la velleità del disco di avere un titolo “buono per ogni evenienza”, dopo le prove del caso (Ten, Tzen, Dieci), ho capito che la strada migliore era anche la più semplice, quella che non necessitava traduzione alcuna: “10”.

A questo punto il titolo, direi perfetto, l'abbiamo archiviato, direi però che valga la pena spendere qualche parola per la copertina, quell'omino di carta scritta a mano, seduto a leggere un testo sacro da cui scaturiscono fiamme, non può lasciare indifferenti. Da chi è nata l'idea e come è stata sviluppata?

Mi ha sempre affascinato la comunicazione visiva delle grandi rock band del passato, fatta di elementi grafici molto marcati, a volte ridotti a un logo unico, riconoscibile al punto di sostituire il nome stesso della band, pensa alla lingua degli Stones o all'astronave dei Boston, solo per esempio. Così ho sempre cercato un segno grafico fortemente connotativo, capace di diventare icona del mio lavoro. Quando ho realizzato che siamo tutti molto simili all'omino di carta, fragili, accartocciati dalla vita, e pieni di parole, sentimenti ed emozioni, espresse o meno, ho capito di aver trovato l'elemento giusto. Così, l'omino di carta, negli anni, è diventato il leitmotiv della comunicazione del progetto, dai concerti agli strumenti che uso. Al punto che molto spesso le copertine e il loro "concept" nascono prima della musica, direi prima del titolo stesso dell’album. Così è stato per "Musica per Ballare", in cui l'omino si ascoltava il cuore con uno stetoscopio fatto con fil di ferro, scotch e una borchia da jeans, e a maggior ragione, per 10, in cui le fiamme generate dal libro sacro distruggono completamente l'omino di carta. Quando l'idea della cover di "10" mi ha colpito, sono stato quasi sopraffatto dalla forza evocativa dello scatto. Ho capito subito che l'estrema attualità della copertina di "10" ne fa un icona del nostro tempo, ma la sua contemporaneità non cancella il fatto che si tratti di un immagine senza età, perché da sempre l'uso improprio e strumentale di qualunque religione, ha finito per seminare distruzione, morte e sofferenza. Tecnicamente, l'omino è sempre reale, un pupazzetto tridimensionale, non c'è nulla di costruito al computer. Nel caso di '10', gli abbiamo realmente dato fuoco. Ho cercato un libro antico piccolo abbastanza, ho fatto incidere l'etichetta da un amica restauratrice, poi io e Max Soldati (che ha fatto gli scatti) abbiamo fatte un po' di prove, di luce, di posizione, e lo abbiamo acceso ... stando attenti a non mandare lo studio un fiamme!!  L'idea di base, essendo molto legata al contenuto del lavoro musicale, è sempre mia. Ma non appena l'idea è abbastanza a fuoco, di solito chiamo l'amico e artista Fabrizio Falchetto, che definirei un "Pittoscultore" (e che è il vero "Papà" dell'Omino), e gli chiedo di realizzarne uno sulla base delle mie indicazioni e necessità.  Da questo punto di vista, le copertine dei miei album sono dei veri e propri lavori d'arte concettuale e di artigianato empirico. Il risultato è che spesso le persone non ricordano me, ma l'omino. Bum. Centro.




Artigianale e geniale direi, poi è sempre meglio che le persone ricordino l'omino che non ricordino del tutto. Passando ora al contenuto vero e proprio, scorrendo le tracce, la prima cosa che balza all'occhio è che le canzoni non seguono l'ordine classico dei comandamenti, la scelta è stata dettata da motivazioni musicali?

Si, sono d'accordo, e il fatto che siano immagini "pensate per far pensare", le rende, nel senso bello del termine, "anacronistiche"... in fondo ciò che importa è bucare la scorza dell'indifferenza dettata dalla valanga di informazioni che riceviamo quotidianamente. Venendo alla sequenza dei brani, assolutamente si ... non ho mai dimenticato per un istante che si tratta di un lavoro musicale, e che alla fine per me è importante che la sua musicalità arrivi anche a chi magari, al momento, non vuole fermarsi ad approfondire i testi. Così scegliere l'ordine dei brani è stato davvero un lavoro importante, e nulla è stato lasciato al caso, neanche la distanza tra un brano e l'altro.

Ecco, allora vedo di stravolgere un po' questo lavoro certosino e ti chiedo subito di uno dei brani che più mi hanno colpito da subito per limpida bellezza, una bellezza direi assoluta. Si tratta di "Sirena" in cui affronti il comandamento "Non desiderare la donna d'altri". Credo che qui tu abbia raggiunta un livello di scrittura invidiabile, cito "Non chieder perché resto qui / A spettinare la spiaggia / A far cadere i tramonti uno ad uno / Come farfalle ubriache, come gocce di pioggia, / A tener chiuso un immenso futuro in valigia". Com'è nata?

Sirena è una canzone attorno alla quale ho girato per anni … succede, che la fortuna dell’intuizione, e la grande importanza del significato, fanno si che io affronti la scrittura con grande introspezione. La musica, o meglio l’armonia (gli accordi e il movimento che poi è stato ripreso dal pianoforte), esistevano già nel 2006, e facevano parte delle musiche dello spettacolo teatrale in cui recitavo con Max Pisu, “Autogrill”, come sottofondo al monologo finale “serio” di Max, e l’idea del testo è più o meno dello stesso periodo, sebbene io abbia chiuso la canzone solo un paio d’anni fa. Credo che uno dei motivi che hanno reso difficilissima - per me - la scrittura, è che non mai vissuto “Sirena” come una “canzone”, ma come un piccolo racconto “visivo”, nel senso che ho sempre immaginato fosse la traccia musicale di un cortometraggio.  E non vedo che altro può essere … Sirena è un vecchio ex pescatore, così chiamato perché racconta a tutti (allo sfinimento) che in gioventù ha salvato una sirena dalla rete. Innamoratosi perdutamente, ha passato il resto della sua esistenza fissando il mare e l'orizzonte, nel tentativo di rivederla, dimenticandosi di vivere, o se vogliamo scegliendo di non vivere altrimenti. Tollerato dagli avventori del bar in cui sopravvive, accudito dalla vecchia proprietaria del bar che lo lascia dormire nel retro, non si accorgerà mai che, proprio lei, un tempo giovane e bellissima, è la sirena di cui parla sempre, che ha abbandonato il suo elemento, il mare, la sua vita libera, per stare vicino a quest'uomo, reso cieco dall'idea che, in un altro tempo, si è fatto dell'amore.  Ecco, io credo che non esista uomo che non sia, in un modo o nell'altro, salvato, di più, redento, dall'amore della sua donna … ma, così, spesso restiamo innamorati dell’idea che ci siamo fatti dell’amore e della sua perfezione, in un altrove temporale che non visiteremo mai più, senza accorgerci che, come il canto di una sirena, non è in nessun modo reale, e che quest'idea poco o niente ha a che vedere con la natura stessa dell'amore … Proprio questo ha fatto sì che associassi “Sirena” al comandamento che citavi ... la riflessione su come, spesso, chi “desidera la donna d'altri”, non “riconosca” più la propria … La storia mi è apparsa da subito un metafora molto potente, e, seppure, in fondo, si tratti di un piccolo racconto minimale, la sua verità, ha spalancato le porte a una profondità che mi sorprende ad ogni ascolto. E che, credimi, tutt’ora fatico a comprendere appieno …



Dopo tanta profondità credo sia il caso di passare al brano che ha fatto da apri pista all'intero lavoro, mi riferisco a "La fidanzata" di cui è stato realizzato anche un bel video. Un brano trascinante, creato su ritmi latino-americani, però solo in apparenza spensierato perché qui in gioco vi è il futuro. Nel libretto, al titolo vi hai aggiunto una importante didascalia "Non permettere che le menzogne cambino la tua vita", credo sia davvero giunta l'ora che si torni tutti "a chiamare finalmente le cose con il loro nome e a non scordarlo più". Ormai siamo circondati da così tante false verità da far sempre più fatica a discernere il giusto, è così?

Per lunghi anni mi sono chiesto come fosse possibile che, più o meno velatamente, per i primi cinquanta anni di storia repubblicana, il potere in Italia fosse appannaggio dei soliti nomi, più o meno noti e, con mani pulite, ero anch'io con quanti speravano che la parola giustizia fosse tutt'altro che una parola, e che da lì potesse partire una sorta di nuovo “risorgimento civico”. A posteriori, capisco come invece avesse solo dato fiato alle trombe più forcaiole e, in fondo qualunquiste, del nostro paese. In realtà, ad oggi, nulla è cambiato … e poi, il capolavoro, Il “ventennio” Berlusconiano, che ha trasformato una democrazia imperfetta, in una videocrazia perfetta, in cui la verità è stata di chi ha urlato di più la propria e gli effetti sono ben lungi dall'essersi esauriti, anzi. Basta guardare un qualunque programma in cui ci sia un contendere. Con il passare del tempo, l'oggetto del dibattere ha perso sempre più consistenza e aderenza alla realtà, per trasformarsi in numeri, percentuali, cifre, che ognuno rivendica, ma che nessuno ha la minima idea di come verificare, né si prende la briga di contestare ... E la domanda è la stessa di allora. Com'è possibile? Il benessere e la televisione possono aver rincoglionito a questo punto un popolo che, dal Rinascimento alla Resistenza, solo per dire, ha dato al mondo così tanto? “La fidanzata” parla proprio di questo, è un grido di allarme, una sorta di “People have the Power” al contrario, che, attraverso la metafora forte della persona amata che non può più sentirci, perché inconsapevole, “in coma” (nel senso vaschiano del termine), racconta di come ancora, dopo vari “ventenni”, si finisca sempre per delegare il potere a chi la racconta meglio e ha i mezzi per farlo. Mentre il dibattere su debito pubblico e crescente, disuguaglianza sociale, su questo vivere al di sopra dei nostri mezzi depredando risorse naturali che dovevano essere dei nostri figli, è sempre e soltanto a margine, se non messo a tacere. E sono solo alcuni degli “effetti collaterali” di un mostruoso 'errore di sistema' che genera, e si nutre di, ignoranza.

E' davvero impressionante come in questo disco ci si possa sia lasciare irretire dall'accattivante musicalità delle canzoni e della tua voce calda e roca, sia voler cercare i significati più reconditi dei versi, insomma, se solo ti addentri un attimo tra le parole del disco ecco che emerge sempre una profondità d'animo e di pensiero sorprendente. Si potrebbe dire che qui non sono “solo canzonette” ma si fa cultura, però attenzione che "La cultura è una parola ambigua / Che non ha "niente a che vedere con" / E fra tutte le parole ambigue / E' quella che più riempie bocche vuote". Ho voluto citare scherzosamente i versi iniziali di "La cultura" (comandamento "Non uccidere"), ma in questo brano il discorso è tutt'altro che da ridere, anzi ...

Hai citato una delle tracce che più preferisco nel disco, sia perché musicalmente è quella che, al momento, rappresenta al meglio il mio mondo sonoro, sia perché racconta un altro aspetto secondo me drammatico della decadenza in atto a più livelli nel nostro paese. Non ha senso riprendere qui la polemica su quanto poco valorizziamo la nostra vera ricchezza, che già da solo vale l'accostamento al comandamento (non si uccide più soltanto con la spada, ma anche, e in questa parte del mondo direi soprattutto, con l'indifferenza). Porrei l'attenzione sull'uso strumentale della parola, che ho sentito spesso venir (ab)usata da personaggi il cui solo ed evidente scopo era gonfiarsi le tasche, mentre d'altra parte mi imbatto quotidianamente nello svilimento di chi, spesso con grandi sacrifici, cerca di immettere contenuti nella trama del tessuto sociale in cui vive, rinnovando, conservando, proponendo, facendo insomma 'cultura vera' nella mancanza assoluta di attenzione da parte di istituzioni, che spesso hanno nella loro stessa ragione sociale la parola stessa 'cultura'. Per non parlare del fatto che la cultura 'buona' genera sempre futuro, e persino 'controculture' costruttive, mentre esiste, e sta mettendo radici profonde, anche una cultura 'cattiva', che genera deserti, inaridimento sociale e mafie.

Il tema del futuro è molto presente tra le tracce del disco. In "Maria" canzone dedicata al comandamento "Onora il padre e la madre" ribalti il senso originale del comandamento, perché se si desidera "Un mondo nuovo, immacolato / Una parabola possibile / E un tempo in cui non sia peccato essere giovani" per i propri figli occorre che come genitori si cerchi di cambiare il mondo attuale "Un mondo in cui gli uomini uccidono per Dio / Dio che nemmeno gliel'ha chiesto". Canzone ricchissima di spunti, se ne potrebbe parlare per ore, a partire dallo stacco netto che ad un certo punto si avverte tra musica acustica ed elettronica, quasi una frattura generazionale ...

Si, hai afferrato esattamente il senso del cambio totale di piano sonoro... È una canzone estremamente emozionale, una delle due in cui mia moglie, al primo ascolto, è scoppiata in lacrime, l'altra è Sirena. 'Maria' è di una sincerità, per certi versi, crudele, totalmente spoglia di tutti i luoghi comuni che possiamo trovare nelle canzoni dedicate ai figli, ma, al tempo stesso, dalla quale traspira un amore totale. In 'Maria' ho cercato di non farmi nessun tipo di sconto, affrontando le mie paure di padre, compresa quella del fallimento, personale, laddove non generazionale, nel capire che rischiamo di lasciare ai nostri figli, insieme a un mondo più tecnologicamente evoluto, per certi versi più magico, anche un mondo emotivamente più arido e 'asettico', forse, e senz'altro più sporco e spaventoso, a mio avviso decisamente peggiore di quello che abbiamo trovato. Mi sembra sia, oggi più che mai prima, fondamentale insegnare fin dalla scuola primaria, insieme al rispetto di chi è venuto prima di noi, quello per chi verrà dopo.




Scusa il gioco di parole, ma credo ci sia un altro brano, mi riferisco a "Credo", in cui da subito, visto che poi è stato scelto per aprire e chiudere il disco, metti a nudo i tuoi sentimenti, basti pensare a versi come "Credo al coraggio e alla paura / E se c'è un suono che davvero lascia il segno / Non è il rumore dell'offesa, ma il silenzio di un amico". Il riferimento è al comandamento "Non nominare il nome di Dio invano", ma il discorso si fa al tempo stesso personale ed universale "Credo al bugiardo nello specchio / Che ogni sorriso sia geniale / perché non ce n'è uno uguale / Credo che in abito da sera o nuda / La verità sia vera". Il libretto riporta questa didascalia "Dio è in ogni cosa, così non importa quale nome gli dai, abbi fede, sempre", beh credo che Dio si sia infilato anche tra i versi di questa magnifica canzone.

Non conosco un altro modo di fare una canzone che contenga una qualche verità, se non quella di partire dal proprio sentire e in questo '10' non fa distinzione, per forza di cose tutte le canzoni del disco nascono da convinzioni e bisogni personali, soprattutto dalla necessità di razionalizzare le esperienze che mi costringono a prendere posizione rispetto alle 'grandi domande' della vita. Ma il mio lavoro tende sempre alla condivisione, alla speranza, cioè che la mia piccola verità arrivi a essere riconosciuta da altre piccole verità. In particolare per le due tracce a cui ti riferisci, il colore, direi 'l'umore' diversissimo (ferma e spavalda la prima, intima, riflessiva, quasi 'indifesa' quella in chiusura), è stato fortemente voluto, al punto che, mentre i testi sono nati nello stesso momento, le musiche sono arrivate a sei mesi di distanza. Il 'reprise' è nato di getto, sulla Milano-Genova, una mattina, mentre guidavo verso lo studio ... Nell'economia del disco, è chiaramente un momento topico, una specie di 'manifesto' dell'intero lavoro ... Una dichiarazione di fede laica, a sottolineare quanto io creda importante e necessaria l'esistenza di una spiritualità, seppure diversa, e con mille distinguo personali. E allo stesso tempo, la sua crescente mancanza, nel tipo di civiltà che si va delineando. Si, credo sia definitivamente importante avere fede, qualunque essa sia. Per il resto, in fondo, se riconosciamo noi stessi come una piccola azione della 'S.P.A ' divina, dobbiamo accettare il fatto che, in qualche modo, Dio si infili un po’ in tutta la musica, e in tutte le canzoni ... 😉

Se sei d'accordo vorrei abbandonare le tracce del disco nel loro dettaglio, perché credo che quanto detto sin qui sia già un ottimo biglietto da visita per un disco di grande profondità ma di altrettanto grande fruibilità. Parliamo piuttosto di una bella notizia, freschissima, il tuo disco è finito tra i 50 album votabili dai giurati del Premio Tenco, per l'assegnazione della Targa Tenco Migliore album in assoluto del 2016. Te l'aspettavi? Tu che in fondo sei sempre stato più conosciuto all'estero che in Italia, tanto che il tuo disco, se non sbaglio, è di prossima uscita in Germania con una grande etichetta. Che mi racconti in merito?

No, direi che non me lo aspettavo, assolutamente. Mi sembra una bella notizia, mi ha fatto molto piacere ... Spero che questo significhi che il disco avrà la possibilità di essere ascoltato (direi "scoperto") da più persone .... Tra l'altro, come ricordavi, ‘10’, dopo l'uscita italiana di maggio, per iCompany, il 23 settembre p.v. uscirà anche in Germania, Austria e Svizzera, per l'etichetta tedesca CHAOS, che è poi una delle etichette dei leggendari Studi Bauer di Ludwigsburg, pensa che sono quelli che hanno registrato il Köln Concert di Keith Jarrett. Entrare negli studi è come farsi un giro nella storia, per intenderci. Entrandovi, una delle prime foto, fra le molte appese ai muri del corridoio, ritrae Miles Davis, che era solito registrare da loro. Essere nel loro catalogo, sentire la stima dell'etichetta, è per me uno stimolo enorme nel cercare di lavorare sempre più seriamente. Tra l'altro è la prima volta che un mio lavoro viene pubblicato in un altro paese, e visto che da Ottobre inizierò un tour partendo proprio dalla Germania, è davvero una grande occasione per provare a salire un piccolo gradino ... Senza fretta, per carità. 



Permettimi un'ultima domanda, tornando a ‘10’, vedo alcune canzoni sono firmate Fabrizio Consoli e Gigi Rivetti, quanto ritieni importante questo vostro sodalizio? Tra le firme di ‘L’innocenza di Giuda”, compare anche Max Manfredi, com'è nata questa collaborazione? Non credi poi che in Italia sarebbe più utile per tutti una maggiore collaborazione fra musicisti, quasi fosse un antidoto alla sempre maggiore disaffezione verso la canzone d'autore?

Gigi Rivetti è una figura fondamentale, non solo nella realizzazione di 10, ma nell'intero "progetto" Fabrizio Consoli. Più di un braccio destro, quasi un alter ego pianistico, da quasi 15 anni tutte le fasi creative, con la sola esclusione dei testi, lo vedono presente. Abbiamo girato palchi di tutti i tipi, per mezza Europa, suoniamo praticamente a memoria, ed è per me davvero una presenza rassicurante. E' un pianista estremamente "intelligente", con una grande cultura musicale- spesso direttamente complementare alla mia, e nel tempo abbiamo ricercato e sviluppato insieme un linguaggio pianistico estremamente personale, in grado di caratterizzare la mia musica. Solo per farti capire, è molto facile aggiungere di getto qualche accordo jazz a una canzone, altrimenti molto cantautorale, magari per variarne o per "raffinarne" la scrittura armonica... ma nel 99 per cento dei casi l'ambientazione che ne risulta è quasi pianobaristica, d'altri tempi, in definitiva, tutt'altro che raffinata. Per arrangiare il piano di "Camera Con Vista" (era in Musica per Ballare, del 2009), ci abbiamo messo quasi un anno. Poi abbiamo trovato la chiave per un fraseggio che fosse insieme classico e   estremamente contemporaneo, insomma, mai scontato. E ora (ed è il caso dei pianoforti di 10), coi dovuti distinguo, rimaneggiamenti e sviluppi successivi, praticamente le parti che registriamo di getto nei provini, sono quelle che rimangono fino alla fine dei missaggi. Permettimi di citare gli altri personaggi che hanno formato il suono del disco, Silvio Centamore, che suona un insieme molto particolare di percussioni e batterie, acustiche ed elettroniche, Lele Garro, che ha suonato i contrabbassi, Fabio Buonarota, autore di quasi tutte le trombe del disco, insieme a Marco Milani, nostro storico trombettista. Un altro grande musicista e amico, che ha suonato con noi spesso lo scorso anno, è Daniele Moretto. Una presenza importante, come giustamente ricordavi, è Max Manfredi... Alla fine del disco, dopo anni di lavoro, mi sono accorto che non avevo più tempo ed energie per chiudere l'ultimo testo, "L'Innocenza di Giuda"... inoltre mi ero pericolosamente affezionato al suono di un testo che per oltre metà non andava bene. Considero Max un caro amico, e lo stimo tantissimo, come autore e come performer, e gli ho letteralmente chiesto aiuto. Abbiamo lavorato a chiudere il testo via Skype, è stato molto divertente direi. Poi, al di là di questo caso particolare, se me lo chiedi, non è di facile affrontare, a mio avviso, Il tema delle collaborazioni, soprattutto per sommi capi...Troppe gli elementi di disturbo, a partire da un economia inesistente, per arrivare, attraverso un percorso a ostacoli, alle diverse personalità ed ego più o meno ingombranti degli artisti... Personalmente, anche se in un ormai lontano passato ha dato risultati commercialmente rilevanti, non credo e non mi interessano le operazioni discografiche infarcite di ospiti più o meno di grido, almeno nella fascia di mercato in cui opero, e nella canzone in generale ... Anzi, tranne rare eccezioni (per esempio i live), le trovo di disturbo nella comprensione della personalità dell'artista e della canzone. Soprattutto se non particolarmente conosciuto. L'unico ospite in 10, ma si tratta di un "cameo" pensato, scritto e ritagliato esattamente per lui, è Tonino Carotone, nella "suite" iniziale, il Credo di apertura. Altra cosa, a mio avviso, e ne sento un grande bisogno, sarebbe il consociativismo, l'associazione, ma non per soli artisti. Vedi, per un artista, e per il suo lavoro, la sfida più grande è far sapere che esiste, e "conquistarsi" un pubblico. Ed è talmente grande la sfida, da rendere inutile la gran parte della nostra produzione musicale, e da far arenare persino progetti di grande potenziale, anche economico. L'associarsi, autoproducendosi, ma con il supporto, anche morale e strutturale, di una famiglia di colleghi, appassionati e quant'altro, potrebbe più facilmente aiutare l'artista, se non altro a sentirsi meno solo. Molti amici, colleghi, hanno iniziato a fare concerti insieme, ma la creazione di un circuito nazionale, la nascita di una "piccola scena", che in Germania permette a piccoli talenti di far crescere il proprio progetto mantenendo un alto standard, è ancora lontana. Ci avevo provato qualche anno fa, con un progetto che si chiamava "Slow Music", rifacendomi all'esperienza di valorizzazione della qualità di Slow Food, ma con scarsi risultati. Chissà che non vengano tempi più "Slow", anche per la musica.









mercoledì, luglio 20, 2016

Luigi Mariano: canzoni all’angolo, per scelta

di Fabio Antonelli

A sei anni dal suo esordio ufficiale con”Asincrono” (2010), disco accolto molto bene dalla critica e oggetto di più premi, Luigi Mariano, cantautore salentino, ma romano d’adozione, è appena tornato sulle scene con “Canzoni all’angolo”, un nuovo album, maturo, molto personale, in cui è emersa anche una vena rock forse fino ad ora repressa. Con lui, in questo nuovo lavoro, vi è la presenza di numerosi ospiti, per un disco tra i più belli di questo 2016. Ecco cosa mi ha raccontato.

Copertina CD "Canzoni all'angolo"


Il tuo disco "Asincrono" del 2010 è stato un disco molto ben accolto sia dal pubblico sia dalla critica e ripetersi, si sa, non è mai impresa facile. A distanza di sei anni da quel fortunato esordio torni al tuo pubblico con "Canzoni all'angolo", un disco che hai voluto simbolicamente dedicare a tuo padre scomparso due anni fa. Mi racconti la coloratissima copertina di questo tuo nuovo disco, che immagino sia ben più di una riuscita immagine fotografica.

Il nuovo disco è dedicato a mio padre Salvatore, che ho perso due anni fa. Era un commerciante di generi alimentari ed ha passato un'intera vita di duro lavoro tra uffici, camion, carrelli elevatori e pallet. I pallet in copertina, appesi alla parete alle mie spalle, sono dunque un omaggio al suo lavoro e rappresentano le radici da cui partire, per trovare la propria strada. Ho voluto simbolicamente dipingerli con i colori della mia creatività artistica, riscattando la sua vita fin troppo convenzionale. E, staccandomi da quella parete, ho preso la mia strada verso la chitarra, ossia la musica. In generale i colori della copertina rappresentano anche la mia reazione vitale (che musicalmente, nel disco, sfocia nel rock) alle tante amarezze vissute, di cui queste canzoni sono molto intrise.

Poiché hai parlato di amarezze, vorrei affrontare il titolo del disco che è anche quello della canzone in cui duetti con Neri Marcorè. Quanto pesa sentirsi sempre messi all'angolo? Oppure è quasi meglio tanto da cantare "quasi quasi ci ripenso e torno qui nell'angolo"?

Non essere capiti, o addirittura risultare totalmente invisibili, credo sia una pena per chiunque svolga un lavoro creativo che presupponga l'urgenza di comunicare con gli altri. Le canzoni all'angolo sono quelle dei tanti artisti di nicchia, a volte di estrema qualità (e non certo solo nella musica), di cui questo Paese spesso abbonda, ma cui non sempre la sorte offre poi una chance concreta per emergere. Finisce così con lo schiacciarli ancora di più nel loro piccolo cantuccio, scoraggiandoli, fino a spezzar loro le ali e costringerli a sparire. Questo può accadere in ogni campo delle attività umane, non solo nel campo artistico.  E' anche vero che, se si riuscisse a considerare "l'angolo" in modo diverso, ossia con meno frustrazione e con più amore per la riservatezza o per il basso profilo (concetti quasi inconcepibili, oggi), forse se ne potrebbe riscoprire un aspetto interessante, decisamente controcorrente rispetto a tempi così egocentrici e caotici, in cui tutti aspirano ingenuamente al viavai del centro piazza.

Com'è nata l'idea di cantare questo brano a due voci l'altra, come detto, quella di Neri Marcorè?

Avevo incrociato fugacemente Neri nel 2007, mentre suonavo in un locale romano di San Lorenzo: una stretta di mano e via. Nient'altro. L'ho rivisto a cena alcuni anni dopo e ho scoperto (con stupore) che mi stimava: aveva nel suo cellulare le canzoni del mio primo disco "Asincrono". Ho avvertito molta empatia reciproca, oltre che gusti musicali simili (Gaber su tutti). Così ho preso coraggio e ho pensato di proporgli il brano "Canzoni all'angolo": il suo garbo e la sua discrezione caratteriale, seppur di un artista ormai famoso e popolare, mi parevano sposarsi bene col concetto di "angolo" e di rapporti tra fama e invisibilità. O quanto meno, mi pareva potessero risultare argomenti a lui molto comprensibili, per sensibilità e visione del mondo. Così è stato e ne sono felicissimo. Anche perché Neri, dopo aver ascoltato tutto il disco in studio, ne ha amato profondamente ogni brano, abbracciandomi alla fine dell'ascolto di ogni traccia.

Luigi Mariano con Neri Marcorè

Quello con Neri non è l'unico duetto presente nel disco, un altro duetto molto divertente anche per l'ironia che pervade l'intero brano, dal titolo "L'ottimista triste", è quello con Mino De Santis. Vorrei che mi parlassi del brano e di lui, a più forse sconosciuto ma personaggio di grande talento.

Conosco Mino appena dall'estate del 2012, ma sembriamo amici d'infanzia. C'è una corrispondenza emotiva fraterna, che ci ha portato con facilità a scrivere assieme "L'ottimista triste", sebbene Mino (da cavallo di razza e battitore libero) vesta abbastanza di rado i panni del coautore. L'idea musicale del brano è mia, nonché la psicologia del personaggio (sfigato ma ottimista) e il titolo. Ho presentato a lui un mio testo che mi convinceva poco e gli ho chiesto di metterci mano. Il personaggio è rimasto identico, ma fa cose completamente diverse dal mio testo precedente. E inoltre è più simpatico e accattivante. Mino De Santis è un miracolo e un tesoro inestimabile, non solo per il Salento. La sua poesia, profondissima e popolare, ironica e geniale, è patrimonio dell'umanità. I suoi bozzetti della vita di provincia, con le piccole ipocrisie di paese, ma anche con la bellezza dei ricordi e della terra, rimandano a un Salento più antico e romantico, fatto di dignitosa semplicità, che in certe sacche resiste ancora ma che purtroppo si sta perdendo. Per simili artisti come Mino, non sarà mai la lingua dialettale l'ostacolo per la loro diffusione, anche a livello nazionale: il talento straripa e la poesia si fa strada ovunque.

Dev'essere che artista valido attira artista valido se, in un altro tra i brani più interessanti e allo stesso tempo ironici del disco ti sei trovato a condividere il brano "Fa bene fa male" con uno tra i musicisti più sensibili del panorama italiano, ossia Simone Cristicchi. Com'è nata questa intelligente canzone e come mai hai pensato di condividerla con Simone?

Ci siamo conosciuti in un locale romano di San Lorenzo nell'estate del 2003, in cui suonavamo entrambi, e abbiamo scoperto d'avere molto in comune, soprattutto l'amore per il teatro civile e per la canzone d'autore del passato. Gli regalai tutti i monologhi di Gaber, che non conosceva: lo folgorarono. Lui ricambiò donandomi la videocassetta (forse non esistevano ancora, in giro, i DVD!) di "Vajont", l'indimenticabile spettacolo di Marco Paolini. L'amicizia è stata immediata, insomma. L'ho incoraggiato in tutto il suo percorso, fino alla vittoria di Sanremo, e certo io non mi sono meravigliato della sua decisa svolta teatrale, sulla scia dei suoi maestri Paolini, Celestini o Mario Perrotta: fin dall'inizio era attratto da quel mondo. Tanti anni fa mi regalò un monologo-sfogo, scritto da lui e recitato da un suo amico attore, che si chiamava "La musica dei supermercati": era un elenco di nomi dell'attualità, un po' critico, snoccciolati da un recitato incalzante e parossistico. Quando ho scritto "Fa bene fa male", nel novembre 2015, ho subito pensato a lui, perché anche la mia canzone conteneva un elenco-sfogo, tra Rino Gaetano e Remo Remotti. Simone ha accettato subito: "La faccio!", mi ha risposto. Ed è stato di parola.

Luigi Mariano con Simone Cristicchi

Dentro questo tuo nuovo progetto trova dimora "Come orbite che cambiano", una dolcissima canzone dedicata apertamente a Stephen Hawking e alla sua prima moglie Jane. Che toccanti i versi finali "Mettimi gli occhiali portami i giornali come tanto tempo fa" ... com’è nata questa canzone?

La scintilla è arrivata da un film che mi ha toccato il cuore, "La teoria del tutto", con l'interpretazione magistrale di Eddie Redmayne, premio Oscar miglior attore protagonista, nei panni appunto dell'astrofisico Stephen Hawking. Di Hawking avevo sentito parlare per la prima volta vent'anni fa da un mio coinquilino abruzzese che studiava Fisica e che mi aveva passato alcuni suoi libri molto divulgativi sullo spazio. Mi sono ritrovato al cinema, nel gennaio 2015, e ho capito che sullo schermo andavano in scena la nascita e poi la fine di una grande storia d'amore, in cui la malattia dello scienziato era diventata una gabbia asfittica e mortale, sia per lui sia per sua moglie. E la decisione di Hawking di lasciare Jane, che tanto aveva fatto per lui, era in realtà un grande atto d'amore: un modo per liberarla. Queste dinamiche dolorose mi hanno fatto pensare alla fine di una mia storia d'amore del passato, molto importante. E ho capito che, così come successe per "Edoardo", potevo utilizzare anche stavolta la storia di qualcun altro per parlare di me in modo sincero e forte. La musica al piano già c'era da qualche mese e aspettava l'ispirazione giusta: ho solo dovuto scrivere il testo su quei binari musicali.

Luigi Mariano

C'è una canzone in questo disco che mi ha subito affascinato sia per l'intelligenza con cui è stata scritta sia per la veste musicale che le è stata cucita, mi riferisco a "Scambio di persona". Come t'è venuta l'idea? Ogni scambio di persona è una fuga dalle proprie responsabilità? Vuol dire questo il verso "diventiamo dei serpenti a ogni scambio"?

Esattamente. Ho pensato a Erri De Luca e a come, per difendere una semplice idea, sarebbe stato disposto a finire persino in galera. Ho pensato che uno come lui fosse una vera eccezione italica. E che invece, per la maggior parte, esistesse tanta vigliaccheria in giro. Ecco, volevo raccontare questa vigliaccheria infantile e creare un personaggio "opposto" a Erri De Luca: ossia uno che, pur di salvarsi, avrebbe rinunciato del tutto alle sue idee. Il brano è un rock blues energico e abbastanza classico, che cerca di fare appunto a pezzi uno dei difetti peggiori degli italiani: il non volersi mai assumere le proprie responsabilità. Partendo dalla precisa volontà di scrivere un brano sul tema, ho fatto venir fuori una vicenda dai contorni surreali ed estremi, con finale a sorpresa, in cui cercavo contrappassi punitivi all’estrema meschinità e negatività del personaggio.

A volte, uno le responsabilità le fugge per meschinità, a volte, invece, uno la vita cerca di viverla a pieno, mettendoci tutto se stesso però non è detto che si usi le "armi" giuste. In "Mille bombe atomiche", il brano che apre il disco, al protagonista che si guarda allo specchio fai dire "E con le bombe una ferita non la puoi richiudere". E' sempre così difficile essere a posto con la propria coscienza?

Per chi ha un alto senso dell'etica e dell'onestà intellettuale, sì: è difficile. Si cerca sempre il pelo nell'uovo per criticare se stessi. Se quest'atteggiamento sconfina verso l'ossessione, credo sia un difetto grave e vada limato e corretto. Se invece è vissuto solo come generica "tendenza" a far bene, credo di preferirlo agli atteggiamenti sbarazzini e spregiudicati del personaggio di "Scambio di persona". Penso che ciò che conta sia essere veri. Quando lo si è, anche i "grilli parlanti interiori" arrivano ad azzittirsi. Ammetto che questo è ciò che è accaduto totalmente con questo disco: ho davvero pochissimo da rimproverarmi, perché è semplicemente la mia fotografia di questi ultimi quattro anni. Qualsiasi cosa diversa sarebbe stata una forzatura poco sincera. E anche il brano d'apertura, "Mille bombe atomiche", rappresenta al massimo questo denudarmi: è stata scritta mentre mio padre era in fin di vita e rappresenta tutta la rabbia malinconica e le esplosioni intime ed emotive che sentivo nello stomaco, avvolto dalla consapevolezza che non sarei riuscito a salvarlo. Questo mi rendeva fuori di me. Allo specchio non riuscivo più a riconoscermi, ma anche in quella rabbia, che mi aveva alterato lineamenti e comportamenti, a guardarci bene c'ero io: con la mia verità e difficoltà di quel momento.


In questo tuo nuovo lavoro credo ci siano versi folgoranti, tra questi quelli che chiudono la delicatissima canzone "Quello che non serve più": "Avrò provato a far entrare tutto il mare in un secchiello finché tutto era possibile ma poi ho capito che era solo un grande abbaglio e ho cominciato a vivere". Di una bellezza disarmante ... me ne parli?

Citi uno dei brani più personali e spudoratamente sinceri del disco. La canzone nasce dal ricordo del carattere di mio padre e di ciò che mi ripeteva: "Non buttare mai nulla, perché può sempre servire". La sua generazione era nata da genitori (i miei e i nostri nonni) che arrivavano dalla guerra, da tante privazioni. La necessità di risparmiare e dare valore a ogni piccola cosa li aveva indotti a insegnare ai figli come utilizzare al meglio anche i materiali di scarto, per reinventarsi ogni giorno oggetti utili, magari da costruire con le proprie mani da qualcos'altro. Mio padre era il primo di otto figli e su di lui certo la trasmissione di un'eredità ideale era stata più diretta e ossessiva. Perciò mio padre non buttava mai via le cose. Dopo la sua morte, per esempio, ho scoperto nel suo ufficio pile di vecchi giornali e tantissimi altri oggettini, accumulati senza un motivo apparente, se non (credo) il legame con un qualche ricordo. Metteva sempre da parte mio padre, in qualche angolo: anche cose inutilizzabili o in apparenza inutili. Per imitazione, sono stato come lui per molto tempo. Quante cose inutili conserviamo nel nostro hard disk, per esempio? Ho compreso poi negli anni, divenendo adulto, che invece bisogna avere il coraggio di rinnovarsi, di cestinare e di smettere di raccontarsi la favoletta del "tutto può sempre servire". Smettere insomma di obbligare il nostro infinito "mare intimo" a restare stretto in un secchiello. Valiamo di più. E abbiamo più possibilità. Lo si può capire staccandoci dalla paura di perdere per strada pezzi del nostro passato e aprendoci al nuovo. Via le zavorre: si può davvero rinascere.

Se sei d’accordo abbandonerei questo viaggio a zig zag tra le tracce del disco, anche per lasciare ai lettori il piacere di scoprire il resto (tra cui anche una cover in italiano di “The ghost of Tom Joad” di Bruce Springsteen). Chiuderei l’intervista con una notizia fresca fresca, la vittoria con "Canzoni all'angolo" del Premio Lunezia DOC 2016, uno dei premi più importanti nell’ambito della canzone d’autore. Magari questo riconoscimento non riuscirà a far uscire queste tue nuove canzoni dall’angolo però …


Il "Premio Lunezia" ricevuto dal mio disco è giunto all'improvviso, in modo inatteso e non cercato: sarà questo forse uno dei motivi del mio genuino entusiasmo alla notizia (oltre che per il prestigio del premio). È un orgoglio poter dividere un simile riconoscimento con tutti coloro che ci hanno speso tempo, cuore, energie e anche soldi per realizzare l'obiettivo comune e dar vita a "Canzoni all'angolo". Se il disco avrà fortuna o meno, e o se uscirà dall'angolo per raggiungere il centro piazza, io non lo so. Sarebbe bello che viaggiasse per conto suo: è un desiderio comune tra i bravi genitori, nei confronti dei figli. Quindi auguro al disco di viaggiare tanto e di farsi conoscere e apprezzare in giro. Da parte mia, e da padre riservato, dico che restare un po' all'angolo a osservare da lontano la crescita di un figlio, in fondo, non mi dispiacerebbe.




lunedì, giugno 20, 2016

Fabio Caucino e "I movimenti del gatto”, quell’irrefrenabile voglia di cantare

di Fabio Antonelli



Fabio Caucino, cantautore torinese con alle spalle già tre buoni album oltre ad innumerevoli collaborazioni, è tornato all’opera con un nuovo album intitolato “I movimenti del gatto”, uscito nel maggio del 2016. Un disco che mi ha sorpreso, sin dal primo ascolto, per l’immediatezza e la piacevolezza delle musiche cui però non vengono mai meno testi intelligenti, a tratti ironici, a tratti malinconici, sicuramente mai banali.

E' appena uscito "I movimenti del gatto" il tuo quarto disco e la prima cosa che voglio sottolineare è la semplicità e allo stesso tempo poeticità della copertina del tuo nuovo lavoro, opera di un certo El Gato Diaz, me ne racconti la genesi?

Sveliamo subito l'arcano che mi vede sdoppiato nella persona di Fabio quando compongo e canto e del mio pseudonimo di El Gato Diaz che lavora con la grafica. Ho cercato l'essenziale, una linea continua che si potesse trasformare e lasciare spazio alla pura creatività. Questa traccia che srotola un gomitolo è il filo conduttore di tutto il lavoro di composizione di questo nuovo disco. La semplicità e la leggerezza contengono già molti degli aspetti ancestrali e primari dell'uomo che purtroppo nasconde attraverso le sovrastrutture che si crea e che non riesce più a riconoscere. Ho cercato solo di dipanare questo groviglio.

Beh, credo che ci sia riuscito in pieno, è da molto che non mi capitava di ascoltare un disco e ritrovarmi da subito a canticchiare alcuni ritornelli. Non credi che, a volte, la canzone d'autore si prenda davvero troppo sul serio per cui all'impegno a tutti i costi subentrino anche pesantezza e noia?

Penso che ci siano momenti in cui sia necessario utilizzare una scossa, altri in cui si possano usare modi differenti, apparentemente più leggeri per poter lasciare un segno. Molte volte la pesantezza è data dal fatto che l'artista non è più sincronizzato con la realtà ma si canta addosso. Non dobbiamo mai dimenticare che quello che proponiamo non è per noi ma per chi ascolta. La grande sfida della canzone di qualità oggi è quella di riportare la musica a essere espressione popolare di temi universali che sono sopiti sotto la cenere ma non spenti. Arriviamo ormai da troppi anni in cui la musica ha perso il suo ruolo sociale. La melodia, l'ironia e la leggerezza possono essere dei buoni strumenti per far tornare le persone a pensare in modo critico e a riconoscersi in una comunità.

Cover CD "I movimenti del gatto"

"I movimenti del gatto", oltre che essere il titolo di questo tuo nuovo progetto, è anche il titolo del singolo da cui è nato un video con tue bellissime animazioni. Un brano accattivante, che è come se lo avessi dentro il cuore da sempre ... nasce subito il desiderio di riascoltarlo all'infinito. Forse perché in fondo è il canto di un desiderio universale, che troppo spesso si ha quasi paura di esprimere?

Ti ringrazio perché mi confermi ciò che dicevamo prima. E' stato molto istruttivo per me osservare con attenzione la vita comunitaria dei miei gatti, da cui ho imparato la spontaneità, le contraddizioni, i bisogni e soprattutto la gratuità del gesto. Nella società veloce e individuale di oggi è più complicato esprimere i concetti di gentilezza, di utopia e ascolto che non il contrario. Sono sicuro che tutti li possediamo ma dovremmo scegliere di tornare ad un passo più lento entrando nelle cose dal retro bottega, non accontentandoci delle apparenze della vetrina del negozio.

Già, un po' come accade in "Il paese del sol", uno dei brani musicalmente di più di facile presa, pur trattando in punta di piedi temi molto sensibili, fino all'amara conclusione "Ma io mi sento ancora ... sol, senza un futuro e sempre ... sol, in questo bel paese del Sol".  E' così?

Questa canzone è la storia infelice di un'amara constatazione, dello scollamento totale tra la politica e la società, tra l'ottimismo velato da una finta partecipazione con l'aggravante, da parte del potere, di scaricare sulle fasce più deboli e meno strutturate il peso del loro fallimento. L'indifferenza e la non curanza dei problemi sembrano costruiti ad arte affinché il qualunquismo possa proliferare.

Proseguiamo questo giro itinerante tra i solchi del tuo nuovo disco, c'è una canzone che sembra quasi uscire da una radio americana di tanti anni fa e che fa venir voglia di affrontare sereni, a testa alta, il nuovo giorno. Mi riferisco a "Beautiful Girl", potere dell'amore?

Ci sono delle idee che rimangono latenti e all'improvviso devono uscire. Non so per quanto tempo ho guardato una foto di mia moglie che ho appeso nel mio studio, sopra il pianoforte. Un giorno l'ho osservata meglio, ho messo le mani sul pianoforte e la canzone era già lì. Bisognava solo coglierla ... potere dell'amore.

In questo disco direi che si alternano meravigliosamente stati d'animo fra loro molto distanti, se a un tratto ci imbattiamo nell'ironica e scanzonata, "La ballata della domenica" che a tratti ricorda lo Jannacci per Cochi e Renato, con un accenno finale "andare camminare lavorare" al grande Ciampi, subito dopo si è avvolti nella struggente, nebbiosa malinconia, di "Torino". In Fabio Caucino come convivono questi sentimenti? Alla fine chi ha la spunta?

Quando scrivo un brano, penso prima a cosa dire, soprattutto se ho qualcosa da dire. Poi viene il sentimento. Se ciò che si fa è vero ci sarà sempre un contrasto tra gli stati d'animo. Mentre si vive quello che capita in ogni istante è una contrapposizione. Basta non fare confusione, utilizzare un sentimento per volta, prendersi il tempo giusto per ciò che ci accade, nel bene e nel male. A volte è bello sapersi prendere in giro, portare il paradosso nella normalità per poter ripensare ai nostri difetti; a volte è altrettanto bello commuoversi davanti all'orizzonte della tua città sapendo che quello che vedi non sono solo mattoni e pietre ma la vita stessa di una comunità che evolve.

Prendersi il tempo ... un po' come fa il "vecchio che osserva paziente, pensando al coraggio del tempo, un ragazzo che sale lentamente" in "Il viaggio", il brano che apre l'album. Anche se il protagonista non sembra voler fermarsi ma uscire, andare via, anche sotto il temporale? Il viaggio è la metafora della propria esistenza?

Ci sono delle volte in cui la vita ti offre due possibilità. Io persi mio padre molto giovane e quindi non ho avuto modo di confrontarmi con lui come avrei voluto in età più consapevole. Il destino mi ha fatto incontrare Luciano, un esempio di coerenza, anarchia e onestà che mi ha fatto interrogare molte volte sul senso del nostro approccio alla vita. Questa chance mi ha offerto un secondo padre con cui ho condiviso davvero tante cose e il brano di apertura del disco è un omaggio appassionato a un uomo che non cercava le cause perse ma le cause giuste per le quali valesse la pena battersi. Purtroppo in questo mondo molte volte le due cose coincidono. Ecco perché tutto il disco è dedicato a mio suocero. Questa domanda esistenziale nonostante parta da un esempio personale diventa immediatamente universale e letto da ognuno attraverso le lenti della propria esperienza.




L'amore sotto le sue svariate forme è spesso presente nelle tue canzoni, d'altronde l'amore è parte essenziale della vita di ogni essere umano, c'è una canzone "Un atto d'amore" che ne parla in maniera sublime, attuale e direi universale. Credo che di atti d'amore ce ne sia un gran bisogno, ora più di sempre, non credi?

Un atto d'amore è una canzone che doveva dare un messaggio definitivo, Non è vero che la non scelta sia una delle opzioni. In questo caso avevo bisogno di affermare che l'atto della scelta avviene sempre a monte, poi si trovano le strategie e le regole. Per quanto riguarda il processo d'immigrazione forzata di questi ultimi anni bisogna prima definire se si sta da una parte o dall'altra e poi agire. Questo concetto può essere considerato profondamente cristiano ma anche totalmente laico. E' una questione di visione del mondo. Ed io ho voluto ribadire da che parte sto.

Nel continuo alternarsi di sentimenti che anima questo disco s’innesta anche una canzone come "Nevicata nel parco", dall'atmosfera così francese direi, in cui all'inverno del paesaggio sembra corrispondere anche l'inverno del rapporto tra i due protagonisti, così almeno mi suggeriscono i versi "e cadono sulle vite cadono sopra il nostro inverno" e il finale "Ti vedo sparire nel dubbio di un bacio non dato". E' così?

In questa canzone ho esplorato il parallelo che può esistere tra le stagioni e i sentimenti. Argomento già sviscerato abbondantemente se non fosse che il parco di cui parlo è quello che si trova sotto casa mia ed è diventato il set ideale per sentimenti contrastanti. E' lo stesso, ad esempio, che mi ha portato a scrivere la ballata della domenica. Nel caso della canzone che hai citato tutti gli anni durante la prima nevicata stagionale, faccio in piena notte una passeggiata mentre il cielo incontra la terra e tutto assume sembianze sfumate. Questo scenario mi ha dato modo di descrivere una relazione non risolta che almeno una volta nella vita è capitata a tutti.

Per concludere il nostro tour tra le tracce del tuo nuovo disco non ci resta che parlare di "Potessi darti". A volte le canzoni che chiudono un album sembrano essere messe lì solo perché in qualche modo si deve chiudere, non mi sembra certo il caso di questa canzone d'amore, intensissima. Basti dire che la traccia e, quindi anche il disco, si chiude con questi versi "Se potessi sfiorare il tuo viso, lo potessi sfiorare davvero, davanti al fuoco a parlar del futuro, perché nessuno di noi muoia invano”. Mica paglia, come direbbe Antonio Silva, no?

La canzone che chiude il disco è una preghiera, una speranza. E' l'incontro tra due persone che riescono a toccare i loro cuori attraverso una lettera, attraverso la parola scritta. Mi ha sempre intrigato il concetto che si possa fisicamente sfiorare qualcuno attraverso il pensiero. La scelta di inserire questo brano alla fine è stato meditato insieme alla produzione per parecchio tempo. Alla fine ci è sembrata una chiosa coraggiosa in cui ho voluto riaffermare il primato del valore sentimentale nella sua accezione più alta rispetto a qualsiasi pragmatismo comunque giustificato. Come si suol dire ho cercato di chiudere il cerchio. Devo ringraziarti per avere avuto la pazienza di voler entrare nelle pieghe di ciò che di solito passa in fretta come le canzoni. Anche questo vuol dire prendersi il proprio tempo.